Si stima che circa 140 milioni di persone vivano in comunità ad alta quota, vale a dire ad almeno 2.400 metri sul livello del mare. Queste popolazioni prosperano e hanno mostrato adattamenti specifici relativi alla loro posizione geografica. Tuttavia alcuni disturbi neurologici sono stati dimostrati empiricamente sia nei soggetti nati in alta quota che in quelli che ci sono andati a vivere successivamente. Per comprendere meglio gli effetti delle alte quote sul cervello, uno studio pubblicato su Brain and Behavior ha confrontato la memoria di lavoro degli individui che vivono nelle comunità a bassa ed alta quota.

I 40 partecipanti allo studio sono stati divisi in termini di genere e altitudine. Tutti i partecipanti nati e cresciuti a bassa quota lo sono stati per almeno 18 anni, mentre i soggetti nati e cresciuti ad alta quota avevano vissuto almeno 3 anni a tali altitudini.

Lo studio si è concentrato sulla memoria di lavoro, una funzione cognitiva critica con molteplici componenti, tra cui la memorizzazione a breve termine di informazioni verbali, una sorta di “blocchetto per appunti e schizzi” visuo-spaziale e, al tempo stesso, un sistema esecutivo centrale che modera l’inibizione, lo spostamento dell’attenzione e l’aggiornamento delle informazioni. La memoria di lavoro è una componente neurologica essenziale e le disabilità sono state collegate alle difficoltà di apprendimento e ai deficit dell’attenzione.

L’attività di laboratorio è stata utilizzata per misurare le differenze nella memoria di lavoro tra questi due gruppi. In questo test agli individui viene mostrata una serie di forme (lettere dalla A alla L, in diverse posizioni su uno schermo) o si fanno ascoltare una serie di segnali verbali e successivamente viene chiesto di indicare se lo stimolo corrente differisce dal precedente (1 contro, o 1-back) o quello ancora prima (2 contro, o 2-back). Inoltre, sono stati registrati dati di elettroencefalografia (EEG) da siti del cuoio capelluto prossimali alle regioni cerebrali coinvolte, a vario titolo, nella memoria di lavoro.

I risultati hanno mostrato che gli individui che vivevano ad alta quota tendevano ad avere una memoria di lavoro più scarsa nei segnali sia verbali che spaziali. Inoltre, i segnali “1-back” erano significativamente più accurati rispetto ai segnali “2-back” e tali individui impiegavano molto più tempo a dare la loro risposta.

Inoltre, i dati EEG hanno mostrato che i meccanismi di compromissione neurologica differivano, in modo tale che la memoria spaziale soffriva di un ridotto “trattenimento” delle informazioni e della “corrispondenza” (confronto tra nuovi input con rappresentazioni ricordate), mentre i deficit della memoria verbale erano correlati solo alla compromissione della ritenzione mnestica.

Nel complesso, questi risultati confermano che le alte altitudini sono associate a disturbi della memoria di lavoro, ma offrono possibili strade di approccio sia per comprendere meglio il fenomeno sia per sviluppare possibili interventi.

 


Lo studio


Crediti immagine: diller